Europei 2021, l’Italia batte l’Austria con i gol di Chiesa e Pessina: quando la panchina diventa decisiva

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A un certo punto l’aria delle notti magiche sembrava svanita, Roma così lontana, come il calore e la passione di una nazione intera, e Wembley il teatro dove poteva calare il sipario sui nostri Europei 2021. La sofferenza contro l’Austria è stata tanta, il primo appuntamento da dentro o fuori molto più difficile di quel che ci aspettava, il rischio di uscire sfiorato più volte. Poi Mancini si è girato verso la panchina e ha pescato le carte giuste per vincere la partita.

Perché la nostra Nazionale ha avuto Fede, letteralmente, nel senso di Federico. Chiesa. È stato lui a toglierci di dosso la paura, segnando un gol tanto bello quanto difficile, quello che ci ha ridato l’ossigeno e la forza per tornare a gridare. Gli almanacchi raccontano anche la bella storia della famiglia Chiesa, con Federico che ha segnato in una partita degli Europei 25 anni e 12 giorni dopo il gol del padre Enrico (14 giugno 1996 contro la Repubblica Ceca). Allora perdemmo 2-1, questa volta è andata diversamente. Quella dei Chiesa è l’unica coppia padre-figlio ad aver segnato nella storia di questa competizione.

Dopo di lui ha segnato anche Pessina, già decisivo contro il Galles. Perché se Chiesa è il classico figlio d’arte cresciuto a pane e pallone, la storia di Matteo Pessina da Monza è diversa. Partito dal settore giovanile della squadra brianzola, ha girovagato parecchio (Lecce, Catania, Como, Spezia), ha sofferto quando il Milan lo ha ceduto all’Atalanta non credendo fino in fondo in lui, ma è stato proprio tra Atalanta e Verona che il ragazzo si è fatto grande, conquistando la maglia della Nazionale. 

Entrambi decisivi nella vittoria sull’Austria, entrambi entrati dalla panchina, la vera forza di questa squadra.

Cambi decisivi

«L’abbiamo vinta grazie ai giocatori che sono entrati con la mentalità giusta e l’hanno risolta, chi è uscito aveva dato tutto. Avevamo bisogno di gente fresca, Chiesa e Pessina sono stati bravissimi», nelle parole di Roberto Mancini c’è il vero segreto di questa Italia, forte nel gruppo, prima ancora che nei singoli. Giocatori capaci di entrare e spaccare la partita, dopo aver tifato per i compagni da fuori aspettando il loro momento: «Abbiamo meritato di passare e ora ci godiamo i quarti – ha detto Chiesa a fine gara –. Com’è partire dalla panchina? Non è mai tardi per entrare. Il merito va all’allenatore perché siamo sempre tutti pronti, questo è un gruppo composto da 26 titolari». Stesso discorso per l’altro eroe di Wembley, Pessina, che credeva di aver raggiunto il punto più alto segnando la rete contro il Galles, e non poteva immaginare quello che sarebbe arrivato dopo: «Non ho ancora metabolizzato quel gol, figuriamoci questo. Me lo porterò dietro per tutta la carriera».

Resta l’immagine della corsa di Chiesa dopo il gol, mentre in panchina Gianluca Vialli correva verso il campo ad abbracciare Mancini, come hanno fatto tante volte nella loro carriera, quando erano i gemelli del gol. La forza della panchina è anche questa, non solo nei giocatori che entrano, ma anche nelle persone che la compongono. Ex compagni, amici di una vita: Mancini, Vialli, Lombardo, Salsano, Evani, Nuciari, una bella fetta della meravigliosa Sampdoria degli anni ’90, quella che proprio a Wembley perse una dolorosissima finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona nel ’92. 

In una serata di grande sofferenza è quasi passato in secondo piano il nuovo record di imbattibilità della difesa, che ha superato i 1143 minuti senza subire reti di Dino Zoff (dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974). Il gol di Kalajdzic ha fissato il nuovo primato a 1168 minuti.

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